Licenziamento e dimissioni: guida completa a procedure, diritti e documenti
Licenziamento o dimissioni: questa guida ti accompagna passo per passo nella gestione di una delle situazioni più delicate della vita lavorativa.
Hai appena ricevuto una lettera che non ti aspettavi, oppure stai fissando lo schermo cercando di capire come uscire da un lavoro che non riesci più a sopportare. In entrambi i casi, quello che ti serve adesso non sono paragrafi di teoria: ti servono risposte operative, tempistiche precise e i documenti giusti.
Questa guida su licenziamento e dimissioni è costruita esattamente per questo momento. Troverai tutto quello che devi sapere — e soprattutto fare — in otto sezioni pratiche:
- Le tipologie di licenziamento: capire se quello che hai ricevuto è legittimo
- Le tutele in caso di licenziamento illegittimo: cosa ti spetta, tra reintegra e indennità
- Come impugnare un licenziamento: le scadenze che non puoi perdere (60 giorni è il termine chiave)
- La procedura che il datore deve seguire: i vizi che rendono il licenziamento impugnabile
- Come dimettersi correttamente nel 2025: la procedura telematica obbligatoria
- Dimissioni per giusta causa: quando dimettersi non significa perdere la NASpI
- TFR, NASpI e indennità: calcoli, requisiti e come fare domanda
- Documenti da richiedere e conservare: checklist completa e fac-simile pronti all’uso
Il quadro normativo di riferimento include il Jobs Act (2015), l’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori nella sua versione riformata, e le procedure telematiche introdotte dal D.Lgs. 151/2015. Non è necessario conoscere queste norme a memoria: ti basta seguire questa guida sezione per sezione.
Licenziamento: tipologie e quando è legittimo
Il tuo licenziamento è legittimo? La risposta dipende dalla motivazione che il datore ha indicato — o avrebbe dovuto indicare — nella lettera. La legge italiana non lascia al datore libertà assoluta di recedere dal contratto: ogni licenziamento deve rientrare in una delle categorie previste dalla normativa, a partire dalla L. 604/1966 che ancora oggi costituisce il riferimento fondamentale, integrata dal CCNL di categoria applicato al tuo rapporto.
Giusta causa e giustificato motivo soggettivo
Entrambe le tipologie riguardano il comportamento del lavoratore, ma con conseguenze diverse soprattutto sul preavviso.
La giusta causa si applica quando la condotta è talmente grave da rendere impossibile anche solo la prosecuzione temporanea del rapporto: furto in azienda, aggressione a un collega, divulgazione di segreti aziendali. In questi casi il datore può interrompere il rapporto immediatamente, senza riconoscere il preavviso. È la forma più severa di recesso datoriale.
Il giustificato motivo soggettivo (GMS) riguarda invece comportamenti meno gravi ma reiterati o significativi: assenze ingiustificate ripetute, scarso rendimento persistente, violazioni del regolamento aziendale. Qui la gravità non è tale da giustificare l’uscita immediata: il preavviso rimane dovuto, e il lavoratore deve essere prima sottoposto a procedimento disciplinare. Saltare questa fase rende il licenziamento impugnabile indipendentemente dalla motivazione.
Giustificato motivo oggettivo e licenziamento collettivo
Il giustificato motivo oggettivo (GMO) non dipende dalla condotta del lavoratore, ma da ragioni economiche, organizzative o produttive dell’azienda: ristrutturazione, soppressione del posto, crisi di mercato. In questo caso il datore ha un obbligo preciso: il cosiddetto obbligo di repêchage, ovvero dimostrare di non aver potuto ricollocare il lavoratore in altra posizione disponibile in azienda. Se il repêchage non viene tentato, il licenziamento è impugnabile.
Quando le uscite riguardano 5 o più lavoratori nell’arco di 120 giorni nella stessa unità produttiva, si entra nel perimetro del licenziamento collettivo, disciplinato dalla L. 223/1991. In questo caso è obbligatoria una procedura sindacale con informativa e consultazione — e criteri di scelta trasparenti (anzianità, carichi familiari, esigenze aziendali). La CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria) può essere un’alternativa al licenziamento collettivo nelle situazioni di crisi temporanea.
Licenziamenti nulli, annullabili e illegittimi
Non tutti i licenziamenti viziati sono uguali sul piano delle conseguenze:
- Nullo: licenziamento durante la maternità, per motivi discriminatori (sindacato, religione, salute), o comunicato verbalmente. La conseguenza è sempre la reintegra, senza eccezioni.
- Annullabile: vizi procedurali (procedimento disciplinare omesso, motivazione assente o generica), contestabili in giudizio.

Capire se il tuo licenziamento è legittimo è il primo passo. Il secondo è sapere a quali tutele hai diritto se non lo è.
Le tutele in caso di licenziamento illegittimo
Se il tuo licenziamento è illegittimo, hai diritto a tutele concrete — ma di che tipo dipende da quando sei stato assunto e da quanti dipendenti ha la tua azienda. Il sistema italiano prevede due regimi distinti, separati dalla data spartiacque del 7 marzo 2015, giorno di entrata in vigore del Jobs Act.
Tutela reale: quando si applica ancora l’Art. 18
La tutela reale è il regime più protettivo e si applica a chi è stato assunto prima del 7 marzo 2015 in aziende con più di 15 dipendenti (o più di 5 in ambito agricolo).
Il riferimento normativo è l’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori: in caso di licenziamento illegittimo, il giudice può ordinare la reintegra nel posto di lavoro e il pagamento di un risarcimento pari ad almeno 5 mensilità di retribuzione globale di fatto, oltre ai contributi previdenziali non versati nel periodo di estromissione.
Il lavoratore reintegrato ha anche la facoltà di rinunciare alla reintegra e optare per un’indennità sostitutiva pari a 15 mensilità — scelta irrevocabile, da valutare con attenzione.
Tutela indennitaria: il regime del Jobs Act
Chi è stato assunto dopo il 7 marzo 2015 rientra nel contratto a tutele crescenti, introdotto dal D.Lgs. 23/2015. Il meccanismo è radicalmente diverso: salvo i casi di licenziamento discriminatorio, la reintegra non è prevista.
La tutela è esclusivamente economica: 2 mensilità di retribuzione per ogni anno di servizio, con un minimo di 6 mensilità e un massimo di 36. Più anni di anzianità = indennità più alta. È un sistema che cresce nel tempo — da cui il nome “tutele crescenti” — ma che non restituisce il posto di lavoro.

Licenziamento discriminatorio: tutela assoluta
Esiste una categoria di licenziamenti per cui la reintegra è sempre garantita, indipendentemente dalla data di assunzione e dalla dimensione aziendale: il licenziamento discriminatorio.
Rientrano in questa categoria i recessi motivati — anche implicitamente — da sesso, etnia, religione, opinioni politiche, appartenenza sindacale, stato di salute o maternità. In questi casi il regime del Jobs Act non si applica: il lavoratore ha diritto alla reintegra piena e al risarcimento del danno.
Un elemento rilevante: in caso di licenziamento discriminatorio vige una parziale inversione dell’onere della prova. Non è il lavoratore a dover dimostrare la discriminazione in modo assoluto — è il datore a dover provare che la motivazione era altra.
Sapere a cosa hai diritto è fondamentale. Ma i diritti vanno esercitati entro scadenze precise — e qui molti lavoratori perdono la partita per mancanza di informazione.
Come impugnare un licenziamento: termini e procedura
Hai 60 giorni dalla ricezione della lettera per impugnare il licenziamento. Se lasci passare questo termine senza agire, perdi ogni diritto — anche se il licenziamento era palesemente illegittimo. È una decadenza assoluta: nessun giudice può recuperarla, nessuna circostanza la sospende.
La scadenza dei 60 giorni: come impugnare in tempo
Il termine decorre dal giorno in cui ricevi fisicamente la lettera di licenziamento — non dalla data indicata nella lettera, non dalla data di spedizione. Se la raccomandata rimane in giacenza all’ufficio postale, il termine inizia a decorrere dalla data di compiuta giacenza.
Per impugnare entro i 60 giorni non è necessario un avvocato e non serve depositare un atto in tribunale. È sufficiente comunicare al datore di lavoro la volontà di contestare il licenziamento attraverso uno di questi strumenti:
- Raccomandata A/R indirizzata alla sede legale dell’azienda, con dicitura esplicita di impugnazione
- PEC all’indirizzo certificato del datore — vale come raccomandata a tutti gli effetti legali
- Telegramma — meno comune ma valido
- Comunicazione tramite sindacato o avvocato per conto del lavoratore
Il contenuto minimo dell’impugnazione è semplice: dichiarare che si contesta il licenziamento e che ci si riserva ogni azione a tutela dei propri diritti. Non occorre argomentare nel dettaglio in questa fase — quello viene dopo.

Il deposito del ricorso: i 180 giorni
L’impugnazione stragiudiziale entro i 60 giorni non è sufficiente da sola: entro i successivi 180 giorni dall’invio dell’impugnazione, il lavoratore deve depositare il ricorso in tribunale oppure richiedere il tentativo di conciliazione o arbitrato.
Se anche questo secondo termine viene perso, l’impugnazione già effettuata diventa inefficace — come se non fosse mai stata fatta. I due termini sono quindi sequenziali e entrambi obbligatori.
Il ricorso giudiziario è un atto tecnico che richiede un avvocato abilitato. È fondamentale non attendere: consultare un legale o rivolgersi al proprio sindacato nelle prime settimane dopo il licenziamento permette di costruire la strategia in tempo utile, raccogliere la documentazione necessaria e non arrivare all’ultimo momento sul secondo termine.
La conciliazione come alternativa
Prima — o in alternativa — al ricorso in tribunale, è possibile tentare una conciliazione. Si tratta di un accordo stragiudiziale tra lavoratore e datore, mediato da un terzo, che può portare a una soluzione economica personalizzata in tempi molto più rapidi rispetto al giudizio ordinario.
Le sedi disponibili sono:
- Ispettorato del Lavoro (INL) — sede territoriale competente
- Sedi sindacali — attraverso le commissioni di conciliazione
- Organismi di mediazione accreditati
La Riforma Cartabia (D.Lgs. 149/2022) ha aggiornato il procedimento, rafforzando la fase preliminare di mediazione nel contenzioso lavoristico. La conciliazione non sospende i termini per il ricorso: se fallisce, i 180 giorni continuano a decorrere.
Mentre gestisci l’impugnazione, è utile capire anche cosa il datore avrebbe dovuto fare — perché eventuali vizi procedurali rafforzano la tua posizione.
Procedura di licenziamento: cosa deve fare il datore di lavoro
Il licenziamento non può avvenire in qualsiasi modo. Il datore ha obblighi precisi — e se non li rispetta, il recesso datoriale è impugnabile anche indipendentemente dalla sua motivazione. Conoscere questi obblighi ti permette di valutare se la procedura seguita nei tuoi confronti è stata corretta.
Forma scritta e motivazione obbligatoria
Qualunque sia la tipologia, il licenziamento deve essere sempre comunicato in forma scritta. Un licenziamento verbale — anche se confermato da testimoni — è giuridicamente nullo: puoi continuare a presentarti al lavoro e richiedere la reintegra senza nemmeno dover impugnare formalmente.
La lettera di licenziamento deve contenere la motivazione specifica del recesso. Se la motivazione è assente o generica, il lavoratore può richiederne l’integrazione scritta entro 15 giorni dalla ricezione — e il datore ha altri 15 giorni per fornirla. Una motivazione vaga o contraddittoria è già un elemento utile in sede di impugnazione.
Cosa verificare con attenzione nella lettera che hai ricevuto:
- Data di decorrenza del licenziamento e rispetto del preavviso contrattuale
- Firma autografa del rappresentante legale o di un delegato con poteri
- Motivazione specifica — non generica, non formulaica
- Riferimento al procedimento disciplinare (se applicabile)
Per approfondire gli obblighi formali del datore, consulta la guida al licenziamento individuale del Ministero del Lavoro.
Il procedimento disciplinare preventivo
Per i licenziamenti per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo, prima di procedere al recesso il datore deve obbligatoriamente attivare un procedimento disciplinare. Saltare questa fase — o eseguirla in modo scorretto — rende il licenziamento impugnabile per vizio procedurale, indipendentemente dalla fondatezza della motivazione.
Le fasi obbligatorie sono:
- Contestazione scritta dell’addebito al lavoratore — specifica, circostanziata, tempestiva
- Periodo di replica: il lavoratore ha 5 giorni per presentare le proprie giustificazioni scritte o orali
- Eventuale audizione: il lavoratore ha diritto di farsi assistere da un rappresentante sindacale
- Decisione del datore: solo dopo aver valutato le giustificazioni può notificare il licenziamento
I vizi più comuni che rendono il procedimento impugnabile: contestazione generica, termine di replica non rispettato, decisione comunicata prima della scadenza dei 5 giorni, mancata possibilità di farsi assistere dal sindacato.

Comunicazioni obbligatorie al centro per l’impiego
Entro 5 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, il datore è obbligato a trasmettere la comunicazione di cessazione tramite il modello UNILAV al Centro per l’Impiego (CPI) territorialmente competente. Si tratta di un adempimento amministrativo che attiva formalmente la possibilità per il lavoratore di richiedere la NASpI e altri ammortizzatori sociali.
Se hai dubbi sulla comunicazione — o vuoi verificare che sia stata effettuata — puoi rivolgerti direttamente allo sportello del CPI di riferimento nella tua provincia, portando la lettera di licenziamento e un documento d’identità.
Ora che sai cosa deve fare il datore, vediamo l’altro scenario: sei tu a voler lasciare il lavoro. La procedura è precisa e — dal 2016 — interamente digitale.
Dimissioni volontarie: come dimettersi correttamente nel 2025
Dal 2016, le dimissioni volontarie devono essere presentate esclusivamente per via telematica attraverso il portale del Ministero del Lavoro. Una lettera cartacea firmata e consegnata al datore non è più sufficiente — e in molti casi può essere considerata giuridicamente nulla. La ragione di questa riforma è precisa: eliminare le cosiddette dimissioni in bianco, una pratica illegale che per anni ha esposto i lavoratori a ricatti all’atto dell’assunzione.
La procedura telematica obbligatoria
Il riferimento normativo è il D.Lgs. 151/2015, che ha reso obbligatorio il canale digitale per qualsiasi recesso volontario dal rapporto di lavoro subordinato. L’accesso avviene tramite SPID o CIE sul portale ufficiale per le dimissioni telematiche.
La procedura si articola in questi passaggi obbligatori:
- Accedi al portale con SPID o CIE
- Seleziona “Compila il modulo di dimissioni”
- Inserisci i dati del rapporto di lavoro: ragione sociale dell’azienda, data di inizio, tipo di contratto
- Indica la data di decorrenza delle dimissioni e il periodo di preavviso previsto dal tuo CCNL
- Invia il modulo — ricevi immediatamente conferma via email
- Il datore di lavoro riceve notifica automatica dal sistema
Se non sei in possesso di SPID o CIE, oppure hai difficoltà tecniche nell’utilizzo del portale, puoi delegare la compilazione a un patronato, CAF o sindacato — il servizio è gratuito e diffuso su tutto il territorio nazionale.
Una lettera cartacea consegnata a mano o inviata per posta, senza il corrispondente invio telematico, non produce effetti giuridici validi nelle dimissioni ordinarie. Il datore potrebbe non accettarla, e il rapporto di lavoro risulterebbe formalmente ancora in essere.
Il preavviso nelle dimissioni: calcolo e rinuncia
Anche quando sei tu a dimetterti, il preavviso rimane obbligatorio. La durata dipende dal CCNL applicato al tuo contratto e dall’anzianità di servizio maturata — in genere varia da poche settimane a diversi mesi per i livelli più alti.
Se vuoi lasciare il lavoro immediatamente, senza rispettare il preavviso, hai due opzioni:
- Paghi l’indennità sostitutiva del preavviso: una somma pari alle retribuzioni che avresti percepito nel periodo non lavorato
- Accordo con il datore: il datore può liberarti anticipatamente senza che tu debba pagare nulla — in questo caso è lui a rinunciare al preavviso
Se invece è il datore a voler interrompere il rapporto prima della scadenza del preavviso che tu stai rispettando, ti deve corrispondere le mensilità residue. Verifica sempre le condizioni specifiche nel tuo CCNL di riferimento.
Revoca delle dimissioni: i 7 giorni per ripensarci
Hai cambiato idea dopo aver inviato le dimissioni? La legge ti concede una finestra di 7 giorni dall’invio telematico per revocarle. La revoca si effettua attraverso la stessa procedura sul portale MinLav, seguendo un percorso analogo a quello delle dimissioni originali.
Trascorsi i 7 giorni, le dimissioni diventano irrevocabili — il datore non può opporsi alla revoca entro questo termine, né può accettare le dimissioni in anticipo rinunciando al periodo di ripensamento del lavoratore.
Dimissioni in bianco: come riconoscerle e tutelarsi
Le dimissioni in bianco consistono nel far firmare al lavoratore — al momento dell’assunzione o durante il rapporto — un modulo di dimissioni non datato, da utilizzare eventualmente in futuro per liberarsi del dipendente senza dover licenziare formalmente. È una pratica illegale, resa strutturalmente impossibile dalla procedura telematica (che richiede l’accesso personale con SPID o CIE del lavoratore).
Se sei stato costretto a firmare qualcosa di simile, o sospetti di trovarti in questa situazione, la prima cosa da fare è non firmare nulla di ulteriore e segnalare immediatamente la situazione all’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che ha competenza specifica su questo tipo di violazioni.

Le dimissioni volontarie interrompono alcuni diritti — ma esistono casi in cui dimettersi non significa rinunciarci. Si chiamano dimissioni per giusta causa.
Dimissioni per giusta causa: quando conviene e cosa cambia
Se ti dimetti perché il datore non rispetta i tuoi diritti, non stai semplicemente lasciando il lavoro: stai esercitando un diritto riconosciuto dalla legge. E in questi casi, puoi accedere alla NASpI come se fossi stato licenziato — una differenza economica che può valere migliaia di euro nei mesi successivi.
Cosa sono le dimissioni per giusta causa
Il riferimento normativo è l’art. 2119 del Codice Civile, che riconosce al lavoratore il diritto di recedere dal contratto senza preavviso quando si verifica una causa che rende impossibile — anche solo temporaneamente — la prosecuzione del rapporto. La giusta causa, in questo contesto, riguarda un comportamento grave del datore, non del lavoratore.
I casi più ricorrenti e riconosciuti dalla giurisprudenza:
- Mancato pagamento dello stipendio per più mensilità consecutive — tra le cause più solide
- Mobbing documentato: pressioni sistematiche, isolamento, demansionamento strumentale
- Variazione illegittima delle mansioni (demansionamento unilaterale non giustificato)
- Trasferimento ingiustificato a sede diversa senza comprovate ragioni tecniche od organizzative
- Molestie — fisiche, verbali o psicologiche — da parte del datore o di colleghi con sua tolleranza
- Modifiche sostanziali delle condizioni di lavoro senza accordo
Perché questa tipologia di recesso sia giuridicamente valida, deve essere documentata e comunicata formalmente al datore con una lettera che espliciti la giusta causa. La procedura telematica sul portale MinLav rimane obbligatoria anche in questo caso — ma la lettera formale al datore è un passaggio aggiuntivo essenziale per tutelare la propria posizione. Le dimissioni per giusta causa esonorano dal preavviso: non sei tenuto a lavorare il periodo previsto dal CCNL.
Diritti preservati: NASpI e preavviso
Il vantaggio principale delle dimissioni per giusta causa rispetto alle dimissioni ordinarie è l’accesso alla NASpI, l’indennità di disoccupazione normalmente riservata a chi perde il lavoro involontariamente. Questo equipara di fatto la posizione del lavoratore a quella di chi è stato licenziato.
Come costruire una documentazione solida:
- Email e comunicazioni scritte con il datore che attestino il comportamento contestato
- Buste paga che dimostrino il mancato o ritardato pagamento
- Testimonianze scritte di colleghi (con cautela — valutare con un legale)
- Visite mediche o certificazioni psicologiche in caso di mobbing
- Comunicazioni formali ricevute (lettere di demansionamento, comunicazioni di trasferimento)
Il rischio da non sottovalutare: se la giusta causa non è provata in modo sufficiente, si perde il diritto alla NASpI — e ci si ritrova nelle stesse condizioni di chi si è dimesso volontariamente. Prima di procedere, è fortemente consigliabile una valutazione con un legale o con il proprio sindacato, anche solo per verificare la solidità degli elementi a disposizione. L’onere della prova in questo caso grava sul lavoratore: sei tu a dover dimostrare che la condotta del datore giustificava le dimissioni.
Dimissioni durante maternità e paternità
Le dimissioni rassegnate durante il periodo protetto — dalla gravidanza fino al compimento del primo anno di vita del bambino — richiedono un passaggio aggiuntivo obbligatorio: la convalida presso la DTL (Direzione Territoriale del Lavoro). Senza questa convalida, le dimissioni sono nulle di diritto, anche se presentate correttamente per via telematica.
In questi casi il diritto alla NASpI è preservato, indipendentemente dalla motivazione delle dimissioni — si tratta di una tutela specifica per il periodo di maternità e paternità.
Che si tratti di licenziamento o dimissioni, il pensiero che segue immediatamente è sempre lo stesso: cosa mi spetta?
TFR, NASpI e Indennità: cosa spetta e come calcolarle
Quando un rapporto di lavoro finisce, hai diritto ad alcune spettanze economiche precise. Il TFR è sempre dovuto — indipendentemente da come si è concluso il rapporto. La NASpI dipende dalle circostanze della cessazione. Le indennità aggiuntive dipendono da quanto prevede il tuo CCNL e da cosa non ti è stato ancora corrisposto.
Il TFR: calcolo, tempistiche e dove viene erogato
Il Trattamento di Fine Rapporto matura per ogni anno di servizio e viene liquidato alla cessazione del rapporto, qualunque ne sia la causa — licenziamento, dimissioni volontarie, pensionamento, scadenza contratto.
La formula di calcolo è semplice:
Retribuzione annua lorda ÷ 13,5 = TFR annuo maturato
Esempio pratico: con una retribuzione lorda annua di 24.000€, il TFR annuo maturato è pari a 24.000 ÷ 13,5 = circa 1.778€. Su cinque anni di lavoro, si accumulano circa 8.890€ lordi, prima della rivalutazione.
Ogni anno il TFR accantonato viene rivalutato applicando un tasso composto da una quota fissa dell’1,5% più il 75% dell’indice di inflazione ISTAT rilevato nell’anno precedente. Questo significa che in periodi di alta inflazione, la rivalutazione può essere significativa.
Dove viene erogato:
- Aziende con meno di 50 dipendenti: il TFR rimane accantonato direttamente in azienda e viene liquidato dal datore alla cessazione
- Aziende con 50 o più dipendenti: il TFR è versato mensilmente al Fondo di Tesoreria INPS, che lo eroga direttamente al lavoratore
- Fondo pensione complementare: se hai aderito a un fondo pensione, il TFR accantonato segue le regole del fondo specifico
Le tempistiche di pagamento sono fissate dal CCNL di categoria — solitamente tra i 45 e i 90 giorni dalla cessazione. In caso di ritardo, maturano automaticamente interessi moratori a carico del datore. Per verificare la tua posizione o calcolare il TFR accantonato, puoi consultare il calcolo del TFR su INPS.it.
La NASpI: requisiti, importo e durata
La NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) è l’indennità di disoccupazione per i lavoratori dipendenti che perdono involontariamente il lavoro. Non è automatica: va richiesta, ha requisiti precisi e una durata determinata.
Chi ha diritto alla NASpI:
- Lavoratori licenziati per qualsiasi causa (giusta causa, GMO, GMS, collettivo)
- Lavoratori che si dimettono per giusta causa documentata
- Lavoratori il cui contratto è scaduto (tempo determinato)
- Lavoratori con risoluzione consensuale avvenuta in sede di conciliazione presso l’Ispettorato del Lavoro
Chi NON ha diritto:
- Chi si dimette volontariamente senza giusta causa
- Chi è in possesso dei requisiti per la pensione
- Lavoratori con contratti parasubordinati (per loro esistono altri strumenti)
Requisiti contributivi obbligatori:
- Almeno 13 settimane di contribuzione nei quattro anni precedenti la disoccupazione
- Almeno 30 giornate di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi
Calcolo dell’importo:
- Se la retribuzione mensile media è sotto la soglia INPS (aggiornata annualmente): indennità pari al 75% della retribuzione
- Se supera la soglia: 75% sulla parte fino alla soglia + 25% sulla parte eccedente
- L’importo si riduce del 3% ogni mese a partire dal quinto mese di fruizione
Durata: pari alla metà delle settimane contributive versate negli ultimi quattro anni, fino a un massimo di 24 mesi.
La domanda va presentata esclusivamente online sul sito NASpI sul sito INPS entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto. Superato questo termine, si perdono i giorni di indennità precedenti alla domanda.

Indennità di mancato preavviso e altre spettanze
Oltre a TFR e NASpI, la busta paga finale deve contenere tutte le voci maturate e non ancora liquidate:
- Indennità sostitutiva del preavviso: dovuta quando il datore ti licenzia senza farti lavorare il periodo di preavviso — calcolata come retribuzione mensile moltiplicata per i mesi di preavviso previsti dal CCNL
- Ferie non godute: giorni residui moltiplicati per la retribuzione giornaliera — non possono essere “perdute”, devono essere sempre monetizzate
- Permessi e ROL non goduti: stessa logica delle ferie, stessa base di calcolo
- Ratei di tredicesima e quattordicesima (ove prevista dal CCNL): maturati proporzionalmente fino alla data di cessazione
Sul piano fiscale, riceverai entro il 16 marzo dell’anno successivo la Certificazione Unica (CU), necessaria per la dichiarazione dei redditi. La busta paga finale include anche il conguaglio fiscale: può risultare a credito (rimborso IRPEF) o a debito (saldo da versare), a seconda della situazione contributiva complessiva dell’anno.
Ora che sai cosa ti spetta, devi assicurarti di avere in mano tutti i documenti per rivendicarlo — e per proteggerti in caso di contenzioso.
Documenti da richiedere e da conservare
Quando un rapporto di lavoro finisce, c’è una finestra di tempo limitata per mettere in sicurezza tutti i documenti necessari. Alcuni vanno richiesti subito al datore, altri vanno recuperati e organizzati prima che diventino difficili da reperire. Ecco la lista completa — non lasciarne scappare nessuno.
Documenti che il datore è obbligato a consegnare
Al termine del rapporto, il datore ha precisi obblighi documentali nei tuoi confronti. Questi sono i documenti che hai diritto a ricevere e a cosa serve ciascuno:
- Lettera di licenziamento o conferma delle dimissioni — documento fondamentale per impugnare, richiedere la NASpI e dimostrare la data di cessazione. Conserva la busta originale con timbro postale se ricevuta per raccomandata.
- Busta paga finale con conguaglio — deve contenere la liquidazione completa di TFR, ferie residue, ratei di tredicesima/quattordicesima, indennità sostitutiva del preavviso e il conguaglio fiscale IRPEF. Verifica ogni voce singolarmente.
- Certificazione Unica (CU) — emessa entro il 16 marzo dell’anno successivo alla cessazione. Necessaria per la dichiarazione dei redditi e per eventuali pratiche INPS.
- Modello DS22 / SR163 — richiesto dall’INPS per la domanda di NASpI. In alcuni casi il datore lo trasmette direttamente; in altri devi richiederlo esplicitamente.
- Attestazione TFR liquidato — documento che certifica l’importo del trattamento di fine rapporto erogato, con dettaglio degli anni di maturazione e della rivalutazione applicata.
Se uno o più di questi documenti non vengono consegnati spontaneamente, la procedura corretta è: diffida scritta al datore (raccomandata A/R o PEC) con richiesta formale e termine di 15 giorni. Se il TFR non viene liquidato, puoi attivare il Fondo di Garanzia INPS, che interviene in sostituzione del datore insolvente o fallito. Per segnalazioni di inadempimenti gravi, il riferimento è sempre l’INL — Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Documenti da conservare per tutelarsi
Indipendentemente da come si è concluso il rapporto, esistono documenti che devi avere in tuo possesso prima che il rapporto finisca — o immediatamente dopo. In caso di contenzioso, i tribunali del lavoro decidono quasi esclusivamente su base documentale.
Checklist completa:
- Contratto di lavoro firmato + tutte le lettere di modifica, promozione, cambio mansione o inquadramento ricevute nel tempo
- Cedolini paga degli ultimi 3 anni (almeno) — indispensabili per verificare il corretto calcolo del TFR, delle ferie maturate e delle indennità
- Tutta la corrispondenza scritta con il datore: email, messaggi su piattaforme aziendali, lettere formali — qualsiasi comunicazione che documenti il comportamento del datore o le condizioni di lavoro
- Comunicazioni formali ricevute: contestazioni disciplinari, avvertimenti scritti, comunicazioni di cambio mansione o trasferimento
- Registro delle presenze — se accessibile, scarica o fotografa i tuoi dati prima della cessazione
Come conservarli: formato digitale (scansioni PDF ad alta risoluzione) + backup su cloud + originali cartacei per i documenti firmati. Non affidarti solo alla memoria aziendale: sistemi, email e accessi vengono spesso disattivati nelle ore successive alla cessazione.

Fac-simile: lettera di dimissioni e lettera di impugnazione
Due modelli pronti all’uso, adattabili alla tua situazione specifica.
Fac-simile lettera di dimissioni:
Oggetto: Comunicazione di dimissioni
Spett.le [Nome Azienda],
con la presente comunico le mie dimissioni dal rapporto di lavoro subordinato in essere, con decorrenza [data]. Il preavviso contrattualmente previsto sarà regolarmente rispettato.
Cordiali saluti,
[Nome Cognome]
[Data]
Fac-simile lettera di impugnazione licenziamento:
Oggetto: Impugnazione licenziamento
Spett.le [Nome Azienda],
con la presente, ai sensi dell’art. 6 della L. 604/1966, impugno formalmente il licenziamento comunicatomi in data [data], ritenendolo illegittimo per i motivi che mi riservo di specificare nelle competenti sedi. Mi riservo ogni ulteriore azione giudiziaria e stragiudiziale a tutela dei miei diritti.
Cordiali saluti,
[Nome Cognome]
[Data]
Entrambe le lettere vanno inviate tramite raccomandata A/R o PEC per avere prova certa della ricezione e della data di invio.
Cosa ricordare
Licenziamento o dimissioni: percorsi diversi, ma entrambi governati da regole precise che — se conosci — puoi usare a tuo vantaggio.
Questa guida ti ha accompagnato attraverso tutto il necessario: dalla distinzione tra le tipologie di recesso datoriale alle tutele in caso di illegittimità, dalle scadenze critiche per l’impugnazione agli obblighi procedurali del datore, fino alla gestione delle dimissioni telematiche, ai casi in cui dimettersi non significa perdere la NASpI, e al calcolo puntuale di TFR e indennità.
Prima di chiudere, tre scadenze che non puoi permetterti di dimenticare:
- 60 giorni dalla ricezione della lettera per impugnare il licenziamento — termine di decadenza assoluta
- 180 giorni dall’impugnazione per depositare il ricorso in tribunale o attivare la conciliazione
- 68 giorni dalla cessazione del rapporto per presentare la domanda di NASpI online
Se sei in una fase attiva — hai appena ricevuto una lettera o stai per inviare le dimissioni — agisci subito su due fronti: metti al sicuro tutti i documenti descritti nell’ultima sezione e, se c’è una potenziale contestazione, consulta un legale o il tuo sindacato prima che i termini inizino a stringersi.
Per le pratiche operative, i riferimenti ufficiali sono due: la domanda di NASpI si presenta esclusivamente sul sito INPS, mentre le dimissioni telematiche si gestiscono attraverso il portale ufficiale del Ministero del Lavoro. Nessun intermediario è necessario per questi passaggi — puoi farlo direttamente, con SPID o CIE.
Hai gli strumenti. Ora tocca a te usarli nei tempi giusti.

Segue i temi legati al lavoro, alle imprese e alle dinamiche economiche. Scrive di contratti, incentivi e trasformazioni del mercato produttivo, osservando l’impatto delle regole sulla vita professionale.

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